Raccolta di mele e uva a Pomaretto: la vendemmia vista dai terrazzamenti
A Pomaretto, nel cuore della Val Germanasca, settembre porta con sé due lavori che si intrecciano: la vendemmia e la raccolta delle mele.
Non sono attività qualunque, perché qui la terra si lavora ancora come si faceva cinquant’anni fa, quando l’agricoltura di montagna significava soprattutto fatica manuale e conoscenza del territorio.
Ogni filare e ogni albero raccontano una storia di adattamento, tramandata di generazione in generazione tra chi ha scelto di restare a coltivare questi pendii.

Un territorio verticale, non semplice da coltivare

I vigneti di Pomaretto crescono su terrazzamenti costruiti a mano, con muretti a secco che sostengono la terra sui pendii più ripidi. Il trattore non entra: ogni passaggio, dalla potatura alla vendemmia, si fa a piedi, portando le cassette a spalla lungo i filari.
È un sistema che richiede tempo, resistenza fisica e persone, in una zona dove trovare manodopera stagionale è sempre più complicato, soprattutto durante i giorni concentrati della raccolta.
Le difficoltà non sono solo logistiche. Il clima di montagna aggiunge variabili che vanno gestite con attenzione costante:
- forti escursioni termiche tra giorno e notte, che concentrano gli aromi nell’acino ma richiedono controlli frequenti sullo stato della pianta
- rischio di gelate primaverili tardive, capaci di compromettere in poche ore il raccolto delle mele appena allegate
- terreni poveri e sassosi, che vanno letti parcella per parcella più che trattati in modo uniforme su tutta la proprietà
- difficoltà nel reperire manodopera per la vendemmia manuale, sempre più rara in un’agricoltura di montagna che fatica a trovare ricambio generazionale
- accesso limitato ai mezzi meccanici, che allunga i tempi di ogni intervento colturale rispetto alla pianura

Questi limiti, però, sono anche il motivo per cui uva e mele di qui hanno un carattere diverso da quelle coltivate in pianura.
La vite produce meno ma concentra più zuccheri e aromi negli acini, grazie proprio allo stress idrico e termico tipico della montagna; le mele maturano più lentamente e restano più croccanti, aromatiche e capaci di conservarsi a lungo naturalmente.
Vitigni autoctoni e il Ramìe
A Pomaretto la vendemmia riguarda in gran parte vitigni autoctoni come Avanà, Avarengo e Neretto, che da generazioni vengono coltivati su questi terrazzamenti e che qui, alla Chabranda, confluiscono nel Ramìe, il vino che rappresenta la tradizione di famiglia portata avanti prima come prodotto per l’autoconsumo, e poi imbottigliato con un nome proprio per raccontare un’identità precisa.
Scegliere vitigni già adattati al microclima locale, invece di inseguire varietà più commerciali e più semplici da coltivare, è una delle strategie che permette a queste vigne di sopravvivere e produrre in condizioni difficili, anno dopo anno.

Lo stesso principio vale per le mele: mantenere le vecchie varietà locali, spesso trascurate perché meno standardizzate nella forma e nella resa, significa preservare un patrimonio genetico che si è adattato naturalmente al territorio nel corso di decenni, senza bisogno di interventi intensivi.
Cosa si può fare per coltivare in montagna
Chi lavora la terra a Pomaretto da anni ha imparato a convivere con la pendenza e il clima, non a combatterli con soluzioni pensate per altri contesti. Le pratiche più efficaci restano quelle più semplici, applicate con costanza:

- Mantenere i muretti a secco dei terrazzamenti, essenziali per il drenaggio dell’acqua piovana e per prevenire l’erosione del terreno nei mesi più piovosi
- Vendemmiare e raccogliere per piccoli lotti, seguendo la reale maturazione di ogni appezzamento invece di rispettare un calendario fisso uguale per tutti
- Recuperare i terreni abbandonati, spesso gli unici dove sopravvivono ancora vecchie varietà di mele e vitigni ormai rari altrove
- Fare rete tra le aziende agricole della zona, condividendo manodopera e attrezzature nei periodi di raccolta più intensi, quando il tempo a disposizione è limitato
- Puntare sulla trasformazione diretta dei prodotti, dal vino ai formaggi, per chiudere la filiera all’interno dell’azienda e valorizzare ogni parte del raccolto
Sono scelte che richiedono più tempo e più lavoro rispetto a una gestione industriale, ma restano l’unico modo sostenibile per continuare a coltivare su questi pendii senza impoverire ulteriormente il suolo o abbandonare varietà preziose.
La filosofia Chabranda: raccontare la fatica, non nasconderla
Alla Chabranda il valore di un prodotto non si misura solo nel gusto finale che arriva in tavola.
Il progetto è nato quando il fondatore ha lasciato un lavoro stabile in fabbrica per iniziare un’attività agricola con due vacche e l’idea di fare ospitalità rurale, in un periodo in cui il turismo di campagna era ancora agli inizi e quasi nessuno lo considerava un mestiere possibile.
Da quella scelta è cresciuta un’azienda che unisce vigna, allevamento e agriturismo, cercando di chiudere la filiera il più possibile all’interno della propria terra, dal foraggio degli animali al vino imbottigliato.

Per questo, quando in agriturismo si serve un dolce con le mele locali o un bicchiere di Ramìe, quello che arriva in tavola porta con sé il lavoro dei terrazzamenti, la scelta di mantenere vitigni autoctoni e la fatica di una raccolta ancora fatta a mano, cassetta dopo cassetta.

Non è un racconto romantico costruito a tavolino: è la stessa storia che la famiglia porta avanti da generazioni, dal salto nel vuoto degli anni ’80 fino alla gestione attuale dell’agriturismo e dei terreni di Pomaretto, passata di mano in mano ma sempre fedele allo stesso approccio.
Chi vuole vivere da vicino questo periodo dell’anno può prenotare un soggiorno o una degustazione in agriturismo, camminare tra i filari sospesi sui terrazzamenti e capire, con i propri occhi, perché ogni raccolta qui racconta prima di tutto il territorio della Val Germanasca.




